4 Novembre 1966, cinquant’anni dopo

download“Roby alzati, l’Arno è andato di fòri”. Avevo 8 anni. Ricordo la voce del babbo, tesa ma controllata, quella mattina oscura del 4 Novembre 1966. “L’Arno è andato di fòri”. Non capii. Non potevo capire. Nessuno, in quei primi momenti poteva capire. Con il cuore in gola, seguii il babbo verso la terrazza. La mamma era già lì, le mani tra i capelli biondi. La mamma sembra sembra sempre uguale per un figlio, anche oggi che ha 82 anni. Allora era una splendida 32enne, appena diventata madre per la terza volta e catapultata in questa tragedia dalla sera alla mattina. Mio fratello Paolo, nato meno di due mesi prima, dormiva ignaro nella sua culla. Mia sorella Lucia, 6 anni, si stropicciava gli occhi svegliata dal rumore. C’era quel rumore cupo, assordante, un rumore che non avevamo mai sentito prima. Era come un boato ma non finiva mai. Immaginate il rumore di un torrente di montagna e moltiplicatelo per dieci.
Mi affacciai. L’Arno era lì, sotto casa. Via Zanardelli, contrada del Lungarno Colombo, era l’Arno stesso. Tutte le strade erano diventate Arno, non esistevano più. Ora c’era solo acqua, acqua carica di melma e gasolio che scorreva furiosa trascinando auto, tronchi,letti e sedie rubati ai piani interrati. E quel rumore che ti entrava addosso, All’inizio non c’erano voci, non c’erano urla. Solo lo scorrere del fiume “andato di fòri”.
Poi, piano piano, la città cominciò a reagire. Non c’era la diretta Twitter, nè Facebook. Eravamo più di vent’anni prima di Internet. Il presidente del Consiglio si chiamava Aldo Moro, alla Casa Bianca c’era Lyndon Johnson e al Cremlino Leonida Breznev. La radio significava per noi Gazzettino Toscano, con la voce di Marcello Giannini che scandiva le ore. Le rotative nuove di zecca de La Nazione erano sott’acqua, ma il giornale riuscì a uscire sempre, senza mancare neppure un giorno. Neppure il 5 Novembre.
Non ricordo la sequenza di ciò che facemmo io e miei. Non ricordo tutti quei giorni. Ma qualche fotografia è scolpita per sempre nella mia memoria. Il babbo che “guada” le strade con l’acqua al petto per procurare il latte a mio fratello. L’elicottero dell’esercito che scarica sui tetti generi essenziali. Il militare che mi consegna una pala per scavare un sentiero nel fango. La lunga fila con le taniche davanti alle autobotti. Le grida contro chi incautamente accende un fuoco sul balcone per cuocere qualcosa senza rendersi conto che sotto, nella melma, ci sono chiazze di benzina e gasolio pronte per essere innescatea E il sapore celestiale, mai più sentito nella mia vita, delle patate lesse condite con olio e aceto, la sola cosa che dopo qualche giorno era rimasta da mangiare.
E dopo l’acqua, il fango e i suoi angeli, Bargellini e il Papa, Zeffirelli e Richard Burton. La voglia di ricominciare che raccontiamo oggi non è vuota retorica. Era vera, si poteva vedere toccare e sentire. Era la forza, la rabbia e l’orgoglio di Firenze, della stessa città che aveva saputo trasformare i secoli bui in secoli d’oro. E che una cosa soltanto non era mai riuscita a fare nella sua Storia: arrendersi.

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