Roberto Baldini

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Coronavirus, il silenzio dei giorni e delle notti. E una speranza…

Foto di Anna Lowe da Pexels

A volte ti sembra di sentire una voce sulla strada, ti allarmi, pensi che qualcuno non rispetti il coprifuoco. Poi scopri che era la televisione dell’appartamento accanto. Sorridi, magari pensando alle battute che per fortuna continuano a circolare anche in questo momento terribile. “Non bisogna impazzire chiusi in casa. Ne parlavo giusto oggi con il frigorifero…”.

Sorridere fa bene, basta ricordarsi bene, prima di sorridere, quello che dobbiamo fare. Ho già scritto dell’autocertificazione “virale”, delle scuse per muoversi quando muoversi oggi è da stupidi, peggio, da gente che non ha il senso del rispetto dell’altro, della collettività, della nazione. Poi l’amico fotografo mette su FB le immagini di famigliole, amici e fidanzati che a gruppi sciamano per il parco delle Cascine – ma dai, due passi, è una bella giornata, che sarà mai – e ti cascano le braccia.

Perfino i medici cinesi, colpevoli quanto vi pare per quello che è accaduto ma ormai esperti su come uscirne fuori, appena messo piede in Italia hanno detto. “Così non va, c’è ancora troppa gente per le strade”. Da loro basta l’esercito armato per far rispettare un decreto del capo del governo. Da noi ieri invece l’auto dei vigili urbani si limitava a ricordare di stare a un metro di distanza l’uno dall’altro. Sbagliato, così non ne usciamo. Cortesia ma pugno di ferro. “Signori, dovete tornare immediatamente nelle vostre case”. Punto, fine. Anche se nella case si entra in questa specie di universo parallelo del silenzio. E c’è un fascino inquietante in tutto questo, al di là dell’epidemia.

Già, perché ti chiedi come viviamo normalmente, quando il silenzio non cèè. E’ banale, ma porca miseria te lo chiedi. Quando mi affacciavo alla finestra, all’alba, o a tarda sera, sentivo un rombo cupo, continuo, come quando da piccolo a Firenze passavano i carri armati sui lungarni che tornavano in caserma dopo un’esercitazione. Ma il rombo che sentivo fino a pochi giorni fa all’alba, o a tarda sera, non era quello di mezzi cingolati. Erano solo camion, furgoni, Tir e auto che senza interruzione, notte e giorno, a qualsiasi ora, passavano sull’Autostrada, che pure è parecchio distante da casa.

Ora no. Niente, le poche auto che passano non si sentono, come ci fosse la neve sulla strada. Nessuno pesta sull’acceleratore nei paesi fantasma. Tutti guidano come in punta di piede, guardandosi intorno un poco imbarazzati, come non volessero disturbare. Anche se questo, malgrado qualche titolo a effetto, non sembra purtroppo avere ancora un effetto significativo sulla qualità dell’aria: l’abbiamo avvelenata per troppi anni per pretendere di respirare aria di montagna dopo poche settimane di stop. Ma se lo stop durerà mesi, chissà. In primavera, senza riscaldamenti, con le fabbriche a scartamento ridotto, senza traffico…

La verità è che non sappiamo quanto durerà questa maledetta guerra all’invisibile. E quanto resteremo in questo limbo fatto di paura e di silenzio, di lutti e di miracolati, di lacrime e risate, di imbecilli e di eroi. Un Grande Paese e un paese mediocre che convivono, anche se tutti in fondo facciamo il tifo perché il primo vinca. E allora in questa prova drammatica non dimentichiamoci di quello che vediamo e ascoltiamo. Di chi sono i politici degni di fede e i ciarlatani, i giornalisti indegni della loro tessera e quelli che onorano la nobiltà di questa professione, i medici e gli scienziati che fanno la differenza e quelli che cercano soltanto i loro 15 minuti di celebrità.

Massimo Cacciari ha scritto un bell’articolo sull’Espresso immaginando di scriverlo il 10 marzo 2040, e di raccontare come da quella tremenda prova l’Italia si trasformò in un Paese diverso, perché la classe politica seppe essere all’altezza del compito e rigenerarsi essa stessa. “Le nostre forze politiche – scrive- hanno saputo far leva sulla crisi sanitaria per iniziare insieme quella fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent’anni prima, alla caduta del Muro”. Utopìa, forse. Eppure, sarebbe il più bell’effetto collaterale del Covid-19.

Roberto Baldini

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