Roberto Baldini

Il blog

“The man who let Boney go”

Gli inglesi lo chiamano Boney, Napoleone Bonaparte. Il gusto e l’abitudine anglosassoni per gli short terms non risparmiarono neppure l’Imperatore dei Francesi. Accanto a lui, negli ultimi anni della sua avventura nella Storia, troviamo un ufficiale di Sua Maestà che si chiamava Neil Campbell. L’uomo che fece scappare Boney, lo definiscono tutt’ora molte delle ricostruzioni a cavallo fra cronaca, storia e libere interpretazioni. Il suo grande ritratto campeggia su una parete della villa di Napoleone all’Isola d’Elba. Perchè fu qui, nella perla dell’arcipelago Toscano, che Campbell fu il “carceriere” dell’Imperatore.

Visse con lui nei dieci mesi del breve esilio toscano, e certo se fra loro non fu vera amicizia, fu qualcosa di molto simile, qualcosa che andava oltre il rispetto ottocentesco fra uomini in divisa. Ho raccontato la loro vicenda per “Storia e Storie della Toscana“. Qui di seguito potete leggere l’articolo.

Sir Neil Campbell, l’uomo che fece scappare Napoleone?

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Ho visto davanti a me un uomo dall’aspetto attivo, che camminava rapidamente nel suo appartamento, come un animale selvatico nella sua cella. Indossava una vecchia divisa verde con spalline d’oro, pantaloni blu e stivali rossi, la barba lunga, spettinato, tabacco sul labbro e sul petto. Quando si accorse  della mia presenza, si voltò verso di me e mi salutò con un sorriso cortese”.

Fontainebleau, Aprile 1814. Fu questo il primo incontro fra Napoleone, Imperatore dei francesi sconfitto a Lipsia dagli alleati, e il suo futuro “carceriere” all’Elba, il colonnello scozzese Neil Campbell. Nelle parole dell’ufficiale britannico c’è tutta l’emozione del suo primo contatto con il Grande Nemico, il generale dei generali che lui stesso aveva sfidato tante volte sui campi di battaglia, guidando ardite cariche di cavalleria e restando alla fine ferito. Aveva un braccio legato al collo quando fu introdotto al cospetto dell’Imperatore. E Napoleone volle subito conoscere tutti i dettagli. Fu una lunga conversazione tra due soldati, e il ghiaccio tra loro si ruppe all’istante. Tra sir Neil Campbell e Napoleone Bonaparte nacque un feeling istintivo, fatto di stima reciproca, simpatia umana e rispetto tra uomini in divisa.  

Il trentottenne ufficiale scozzese,  pluridecorato, era stato appena richiamato da Parigi, dove si trovava in convalescenza. Quando aveva letto gli ordini del ministro degli esteri, Lord Castlereagh,  non credeva ai suoi occhi. Lui, proprio lui, avrebbe scortato Bonaparte nell’esilio dell’Isola d’Elba e sarebbe rimasto a Portoferraio come ufficiale di collegamento tra l’Imperatore al confino e l’Inghilterra nei mesi in cui si celebrava il congresso di Vienna.Il giorno in cui per la prima volta parlò con Napoleone, non sapeva che la Storia, a torto o a ragione,  lo avrebbe ricordato come “The man who let Boney go”, l’uomo che fece scappare Bonaparte dall’Elba.

Sì, perché l’Imperatore dei francesi dopo dieci mesi di esilio, prese il volo da Portoferraio proprio mentre il suo gentile guardiano era  in viaggio tra Lucca e Firenze, impegnato in vertici di stato, cure termali e altri non meglio precisati piaceri. Cherchez la femme? Su questo il colonnello nel suo diario glissa, da ufficiale e gentiluomo qual era.  

Eppure proprio il suo diario, pubblicato nel 1869 (oggi si trova come “Napoleon on Elba: The Diary of an Eyewitness to Exile” Ravenhall Books 2004)  racconta la storia del suo rapporto con Napoleone, e racconta soprattutto, con ricchezza di aneddoti, di particolari, di considerazioni, di emozioni, il Bonaparte uomo. Il suo orgoglio, la sua rabbia, i momenti di crisi e di esaltazione, l’instancabile necessità di muoversi, la rassegnazione per l’esilio ma anche quella mai sopita voglia di riscatto che alla prima occasione si trasformerà nell’impresa finale,  i famosi Cento Giorni che lo portarono fino a Waterloo e fino all’esilio vero a Sant’Elena. 

L’Elba, in confronto, fu una vacanza, anche se Napoleone la visse con profondi turbamenti psicologici.  Dopotutto gli era stata concessa la sovranità dell’isola, sia pure sotto tutela. E Napoleone, è storia nota, prese sul serio l’amministrazione del suo nuovo minuscolo regno: strade, sviluppo dell’agricoltura, progetti di valorizzazione delle miniere. Un po’ per carattere, un po’ per non essere costretto a misurarsi con la realtà: da Imperatore del mondo a principe di un’isola. Fu dura, all’inizio. Campbell racconta di un’estenuante passeggiata a cavallo sulle colline sopra Portoferraio. Quando raggiunsero un’altura da cui si vedeva il mare da ogni parte, Napoleone esclamò con un sorriso amaro: “Eh, la mia isola è davvero piccola!”.  Ma il giorno dopo era già al lavoro, trascinando anche l’ufficiale inglese nelle sue infaticabili escursioni sull’isola.Campbell e Napoleone, camminano insieme, cavalcano insieme, spesso cenano e fanno colazione insieme. Tra i due militari, in tante conversazioni nella splendida  Villa dei Mulini o a Villa San Martino, si crea un rapporto solido, genuino, che va avanti per molti mesi dall’arrivo di Napoleone a Portoferraio, il 3 maggio 1814, ai primi mesi del 1815. 

Eppure, qualcuno sostiene che l’Imperatore, attraverso contatti segreti che riusciva ad avere con  la Francia, già pensasse alla fuga e alla riscossa. Come sottolinea, lo storico D.S.Gray in un bell’articolo su History Today, le conversazioni elbane con l’ufficiale scozzese non lasciano dubbi sui propositi di Napoleone. Scrive Campbell: “A volte Napoleone, conversando con me, mentre parla di affari pubblici, non riesce a frenare la lingua e si esprime in modo così esplicito da non lasciare dubbi sul fatto che si aspetta che le circostanze possano ancora chiamarlo al trono di Francia”

La Storia si chiede e continuerà a chiedersi se Campbell si rendesse pienamente conto delle mire del suo prigioniero, e se quindi le abbia sottovalutate, o se, peggio ancora, conquistato dalla sua personalità, ne abbia agevolato le mosse. Di certo, la sua ammirazione per il “piccolo caporale” cresceva di giorno in giorno: “Non ho mai visto un uomo in nessuna situazione della vita con tanta attività personale e inquieta perseveranza. Sembra prendere così tanto piacere nel movimento perpetuo, e nel vedere quelli che lo accompagnano sprofondare nella fatica! Non credo sia possibile per lui sedersi a studiare …”  No, non si ferma mai Napoleone, anche se talvolta, sopraffatto, si prende la fronte fra le mani e si sfoga con l’amico scozzese: “Sono un uomo morto. Sono nato soldato. Sono asceso al trono e ne sono disceso. Sono pronto per tutto. Possono deportarmi, Possono uccidermi. Offrirei il petto al pugnale. Come generale Bonaparte, avevo possedimenti che avevo guadagnato. Mi hanno preso tutto.”

La ristrettezza del suo nuovo minuscolo regno, una situazione economica disastrosa e le voci sempre più frequenti di un suo possibile, imminente trasferimento a Sant’Elena o a Santa Lucia, convincono Napoleone che il tempo del tutto per tutto è giunto.  C’è una svolta, nei primi mesi del 1815.  “Nella nostra ultima conversazione era distante, apatico. Eppure, a posteriori, penso che fosse un atteggiamento studiato.”…scrive Neil Campbell. Come se  Napoleone, sapendo che avrebbe inflitto all’ufficiale del Regno Unito la condanna della Storia, avesse voluto in qualche modo allontanarsene, per non coinvolgerlo ulteriormente. Quando l’ufficiale parte per il suo ultimo viaggio in Italia e riferisce all’emissario del governo inglese la sua inquietudine per l’atteggiamento di Bonaparte, ottiene in risposta una fragorosa risata: “Riferisca pure a Napoleone che tutto è stato sistemato a Vienna; che non ha più possibilità… Nessuno pensa a lui.  È dimenticato, è come se non fosse mai esistito”.

Un messaggio arrogante che Campbell non potrà mai riferire. Nella notte del 26 febbraio la flottiglia di Napoleone  guidata dalla fregata “Incostant” riverniciata con i colori inglesi salpò per Antibes con un migliaio di uomini, che raggiunsero Parigi senza sparare un colpo. Campbell fu convocato dal Principe Reggente che però lo scagionò da ogni colpa. Ma il sospetto di essere stato in qualche modo complice dell’Imperatore non svanirà mai, e la fuga di Napoleone sarà un colpo mortale per la sua carriera. Dopo aver partecipato con onore alla battaglia di Waterloo, Neil Campbell venne promosso Maggiore Generale ma spedito in Africa come governatore della Sierra Leone. Date le sue precarie condizioni di salute, la famiglia lo scongiurò di rifiutare l’incarico. Ma lui obbedì. Forse anche per espiare una colpa che si sentiva dentro. Morì pochi mesi dopo a Freetown, per una misteriosa malattia. Il suo corpo non venne mai riportato in Inghilterra.

Roberto Baldini

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