Quei temerari che fecero volare Firenze

Dai folli voli di quei temerari al Campo di Marte fino al sorprendente sviluppo di un city airport sul quale nessuno avrebbe scommesso fino a pochi anni fa. La storia dell’aeroporto fiorentino di Peretola, oggi intitolato a ser Amerigo Vespucci,  è anche un affascinante spaccato della storia del volo in Europa, che comincia con il leggendario volo di Zoroastro – l’allievo di Leonardo che secondo la leggenda si schiantò dal Monte Ceceri provando di nascosto una delle macchine volanti del genio di Vinci – e prosegue con l’epopea delle mongolfiere e  l’irruzione sulla scena dell’aeroplano. L’abbiamo raccontato in due puntate su “Storia e Storie della Toscana”, periodico diretto da Pierandrea Vanni. L’ultimo numero è fresco di stampa.

Ecco la prima puntata per chi fosse interessato e l’avesse persa. Buona lettura.

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di Roberto Baldini

Marzo 1910: la “fine dell’umanità” è annunciata entro due mesi, precisamente tra il 19 e il 20 maggio, quando “la scia di gas velenosi” della cometa di Halley investirà il pianeta uccidendo tutti i suoi abitanti. Ma il congenito scetticismo dei fiorentini basta e avanza per accantonare i pensieri sull’Apocalisse quando i giornali cittadini, La Nazione in testa, cominciano a scrivere delle imminenti “Gare d’Aviazione al Campo di Marte”, in programma dal 28 marzo al 5 Aprile. Eccolo il primo “aeroporto” di Firenze: il Campo di Marte. La storia di “Peretola”, come i fiorentini hanno sempre chiamato il loro piccolo grande scalo, comincia da qui. Qui, dove oggi la Viola scende in campo con alterne fortune, un tempo c’erano una pista e un piccolo hangar, e la gente conobbe una nuova prodigiosa macchina chiamata aeroplano.

Una vecchia immagina dei primi voli a Firenze

In quella calda primavera del 1910, i giorni erano scanditi da eccitazione e incredulità per il nuovo miracolo dell’uomo. Non che fosse il battesimo dell’aria per la città: i fiorentini avevano già visto l’uomo volare, sia pure appeso a un involucro pieno d’idrogeno.  Era la fine del ‘700, l’epoca delle “mongolfiere” (ad aria calda) e delle “caroline” (a idrogeno). Il 5 giugno 1783 il “globe volant” dei fratelli Joseph ed Etienne Montgolfier, due fabbricanti di carta di Annonay, vicino a Lione, si era innalzato fino a 1800 metri lasciando di stucco la gente che affollava il mercato della cittadina. E poco dopo, il 23 agosto dello stesso anno, volò anche la prima nave a idrogeno costruita dal matematico francese Jacques Alexandre Cèsar Charles. Tutta l’Europa fu presto contagiata dal “più leggero dell’aria” e a Firenze i pochi scienziati seri, come Francesco Henrion e i frati benedettini Bernardo e Luigi de Rossi e Agostino da Rabatta, vennero ben presto affiancati da uno stuolo di pallonisti improvvisati. In quegli anni la nuova scienza diventa moda, mania, tutti vogliono far volare il loro aerostato fai-da-te. Non mancano naturalmente incidenti, incendi, qualche ferito. Al punto che il 13 aprile 1784 lo stesso Granduca è costretto a intervenire contro “l’abuso dei palloni aereostatici…. i quali oramai più per divertimento che per istudio si sono messi in pratica da ogni ceto di persone” e proibisce qualsiasi lancio non autorizzato minacciando “pena afflittiva di corpo proporzionata al danno che ne derivasse” per i trasgressori. Per un po’ i “palloni” spariscono dalle cronache, ma il tempo degli aeronauti, dei palloni con pilota a bordo, è alle porte. Il primo a volare in italia è Paolo Andreani a Milano, mentre dall’Inghilterra giunge l’eco delle ardite ascensioni del lucchese Vicenzo Lunardi. E presto anche Firenze applaude i suoi beniamini volanti. Aeronauti made in Florence, giacché la città è stanca di scienziati forestieri e millantatori come quel tal Fedele Carmine che, dopo essersi fatto finanziare l’impresa a suon di paoli e zecchini, nel giorno stabilito aveva disertato il prato del Quercione beffando una folla inferocita.

Una stampa celebrativa del primo volo in mongolfiera di Giovanni Luder

La data del primo volo fiorentino dai tempi del presunto tentativo di Zoroastro – che secondo la leggenda si era sfracellato sul Monte Ceceri provando di nascosto la macchina del maestro Leonardo – è fissata per il 16 luglio 1795 in Piazza del Carmine. L’attesa è spasmodica, e quando arriva il gran giorno in piazza c’è una folla enorme. L’aeronauta designato si chiama Angiolo Fioravanti, di mestiere “servitore di piazza”. E’ lui che deve passare alla storia. Ma è un omone robusto e la cesta sotto il pallone oscilla paurosamente. Si mollano gli ormeggi, ma nulla da fare, il pallone costruito da tali Cioni e Cavaciocchi non sale di un millimetro: forse, insinuano i cronisti, anche “per la poca volontà del pilota”. La gente rumoreggia, qualcuno teme un ennesimo raggiro.  “Erano le sette e mezzo – scrive un anonimo cronista – quando Giovanni Luder, fiorentino di professione trombaio e bene esperto nelle meccaniche, il quale aveva costruito tutti gli attrezzi necessari per questo esperimento, riconoscendosi assai minore di peso dell’uomo destinato a volare che oltrepassava le 280 libbre, prese la risoluzione di montare egli stesso nella galleria…”. E così, di fronte a una folla in estasi, Luder affronta la sua maestosa ascesa dirigendosi a levante, verso il Casentino.  Il pallone atterra vicino a Pontassieve, e quando l’incredulo Luder torna in città, a mezzanotte passata, viene portato in trionfo come Neil Armstrong dopo la conquista della Luna. Firenze ha il suo primo eroe dell’aria. Ce ne saranno molti altri, incluso il tenente fiorentino Alessandro Pecori Giraldi, protagonista a fine ‘800 del primo impiego bellico del pallone in Eritrea. Passa solo un secolo dal volo di Luder e l’era del  “più pesante dell’aria” irrompe nella Storia.

 

Quando le prime incredibili macchine volanti arrivano al Campo di Marte nel 1910, l’aeroplano ha solo sette anni di vita: il 17 dicembre 1903 il “Flyer” dei fratelli Wright aveva volato per i suoi primi 12 secondi sulla spiaggia di Kitty Hawk.  Lo stesso Wilbur Wright aveva istruito nel 1909 i primi due allievi piloti italiani, Mario Calderara e Umberto di Savoia, facendo provare l’emozione del volo allo stesso presidente del Consiglio Sidney Sonnino. E dopo le prime “gare d’aviazione” di Brescia, tocca proprio a Firenze.

Gli eroi dell’evento del secolo hanno nomi stranieri e italiani, gli stessi che si trovano in tutti i libri di storia delll’aviazione: Rougier, Van der Born, Cordonnier, Grasso, Cobianchi, Cagno, Faccioli. Volano su biplani fatti di carta, tela e spago, spinti da motori di pochi cavalli presi dalle automobili che a volte – scrivono i cronisti – “ in volo si fermano per cause che non è possibile spiegare”. Il primo aereo che la città vede staccarsi da terra è il Bleriot XI di Robert Cordonnier, poi seguono tutti gli altri. Firenze vive sette giorni col naso all’insù, e a ogni atterraggio è un tripudio di folla.  L’anno dopo si replica, con la città tappezzata di striscioni con  grandi scritte in rosso “Oggi si vola”: ce n’era perfino uno enorme al ponte alle Grazie che attraversava l’Arno da una riva all’altra. Tanto che quell’”Oggi si vola”, scriveva Curzio Malaparte,  era diventato una specie di proverbio popolare: “un detto piazzaiolo che usciva di bocca ad ogni occasione, commento della cronaca minuta, sentenza galante o burlesca: per una paglietta che il vento faceva rotolare sul lastrico, per un ombrello che una raffica rovesciava ad una cantonata, per una gonnella che si impigliava tra le ginocchia o sventolava come una bandiera attorno ai fianchi di una ragazza….”.  Firenze ormai ha preso il volo, e le cronache de La Nazione e de il Nuovo Giornale salutano imprese ardite come record di altezza, trasvolate appenniniche e prime donne volanti in un crescendo d’entusiasmo.

 

L’aviazione intanto si evolve a ritmo spaventoso.  Durante la Prima Guerra Mondiale l’Italia costruisce ben 20mila aeroplani, anche se alla fine delle ostilità ne restano poco più di 1700. Uno appartiene alla 75° squadriglia da caccia e a pilotarlo è un abile giovanotto destinato a incarnare per quarant’anni la storia dell’aviazione fiorentina: Vasco Magrini. E’ il pilota dell’impossibile, il collaudatore dei primi aerei a reazione, l’aviatore senza paura che passa sotto i ponti dell’Arno, gareggia con le auto da corsa, porta in volo il sindaco la Pira, insegna a volare ai fiorentini.

Magrini, un pilota tra storia e leggenda

E’ proprio lui a costruire al Campo di Marte il primo nucleo dell’aeroporto fiorentino, che nel 1925 risulta un campo “di proprietà del comune di Firenze e affidato al pilota cavalier Vasco Magrini”. Tre aerei, un hangar e tante “settimane aviatorie” che conquistano il cuore della città.  Anzi. Già alla fine degli anni Venti ci si rende conto che Firenze deve cominciare a porsi una questione aeroporto, e certo allora nessuno poteva immaginare che sarebbe rimasta una questione irrisolta per parecchi lustri. Il Campo di Marte ormai è soffocato dall’espansione urbanistica, e la città rischia di perdere…l’aereo: tra il 1928 e il 1930 si è sviluppata un’impressionante rete di linee aeree grazie alla competizione di un’agguerrita squadra di compagnie, dalla Transadriatica alla Società Aerea Mediterranea, dalle Aviolinee italiane alla Società Italiana di Servizi Aerei. Bisogna correre ai ripari e il Consiglio provinciale dell’Economia, in una nota del 1 Ottobre 1928, individua in una zona denominata “Cipresso del Nistro”, adiacente all’Autostrada Firenze-Mare, allora in costruzione, il luogo ideale per la nascita di un “grande e moderno aeroporto”.  Ci siamo. Peretola nasce ufficialmente il 27 maggio 1929, quando l’allora sottosegretario all’Aeronautica Italo Balbo firma il decreto ministeriale n. 268 del Demanio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 132 del 7 Giugno 1929 “anno VII era fascista”. Nel progetto originario la pista era orientata parallelamente all’autostrada: perché poi sia stata puntata dritta verso il Monte Morello resta uno dei misteri irrisolti di Firenze.  (1 – continua)

  • Tutte le foto sono tratte dal libro “Firenze, il cielo racconta” di Roberto Baldini, Edizioni Medicea 1993

 

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